Secondo le Nazioni Unite, per sviluppo sostenibile s’intende: “uno sviluppo che soddisfa le necessità presenti senza compromettere la possibilità per le future generazioni di soddisfare le proprie”. E perché questo scenario si trasformi in realtà è necessario creare il giusto equilibrio tra tre diverse componenti: crescita economica, inclusione sociale e protezione dell’ambiente.
Con l’aumento di una consapevolezza globale riguardo la necessità di imboccare la strada verso uno sviluppo sostenibile, sono nate diverse discussioni su quali siano i parametri da valutare e la metodologia da applicare per ottenere una “misurazione” adeguata della sostenibilità.
In questo contesto, nasce il Food Sustainability Index dalla collaborazione tra la Fondazione Barilla Center for Food & Nutrition (Bcfn) ed l’Economist Intelligence Unit, le quali hanno un obiettivo comune: promuovere la conoscenza sulla sostenibilità alimentare.
Il Food Sustainability Index è uno studio globale su nutrizione, agricoltura sostenibile e spreco alimentare, che raccoglie i dati di 67 Paesi di tutto il mondo per mettere in luce best practice e aspetti su cui intervenire in relazione ai paradossi del cibo e ai principali Sustainable Development Goals.
Secondo il report del 2018, al primo posto dei Paesi virtuosi si colloca la Francia, la quale ha adottato politiche concrete per la riduzione dello spreco, sia a livello industriale che domestico. Tra queste, spiccano la legge che impone ai supermercati la ridistribuzione del cibo avanzato (o in scadenza) a favore di enti di beneficenza che si occupano di sfamare le comunità povere; ma anche la costruzione di infrastrutture in grado di minimizzare le perdite nella catena di distribuzione.
La nostra Italia si posiziona al settimo posto nella graduatoria sullo spreco alimentare – davanti a Corea del Sud e Ungheria – registrando un valore piuttosto alto di cibo sprecato a persona: circa 65 Kg all’anno, a fronte di un 2% di alimenti gettati rispetto al totale che viene prodotto.
Diverso il discorso sull’agricoltura sostenibile, dove la penisola italiana guadagna vetta della classifica. La gestione dell’acqua e i pochi investimenti nel campo della ricerca in questa direzione, sono le criticità maggiori riscontrate in questa analisi.
Nel campo della nutrizione, invece, se pure l’aspettativa di vita rimane alta (con una media di 83 anni), si registra un cambiamento in senso negativo riguardo l’ ‹‹aspettativa di vita sana››, che si abbassa a 73 anni. Determinante in questo dato, la percentuale di persone sovrappeso o obese, che si attesta al 37% sul totale della popolazione tra i 5 e i 19 anni, e al 59% per gli adulti. Tra le principali cause indicate, figurano un progressivo abbandono della dieta mediterranea pura a favore di una maggiore “globalizzazione” dei modelli alimentari, unito ad una scarsa propensione all’attività fisica.


